Silvia Presazzi
 

Attestata su quella linea di non coinvolgimento rispetto al caos del mondo, che è la matrice esistenzialistica della cultura del nostro tempo, appare la poesia di Silvia Presazzi; nella cui vocazione si evidenzia un'istintiva tensione orfica che, sia pure in chiave più drammatica che magica, ripercorre con ansia e forza visionaria il rapporto tra "anima" e mistero della vita, in questo poemetto salvifico.
Il fluire del tempo, la sua azione disgregatrice, la casualità del movimento, la mancanza di orizzonti, il buio pesto della conoscenza sottendono l'angoscia cui l'io del poeta oppone lo "specchio riflesso" attraverso il quale il passato ritorna presente e si propone come futuro. Piccolo ma decisivo spiraglio attraverso il quale passa il riscatto, o per lo meno il tentativo di autosalvezza, dal vuoto e dalla disperazione, la scoperta che, dall'"abisso" di noi stessi, qualche filo del nero gomitolo si può tirare, per recuperare la luce dal buio, il giorno dalla notte; e non serve chissà quale intonazione, basta un "sottovoce".

 

 

La poesia di Silvia Presazzi appare legata alla misura diffusa del riferimento interpersonale, della relazione, del tratto epistolare, o, per lo meno, a ciò tende preferenzialmente. assoggettando al continuum ritmico-sintattico ogni altra intenzione lirica o definitoria o psicologica. E' una cadenza musicale di vaga ascendenza melodica ma opportunamente ricondotta ad una rigorosa semplificazione, il tramite di questi testi che ripercorrono, per così dire, in diagonale e come ai margini della vicenda l'educazione sentimentale dell'autrice e gli spazi di gioia, di inquietudine, di sofferenza dell'incontro e del rapporto di amicizia e d' amore. Ma la sostanza più interessante, e più "fondante" letterariamente, di questo felice esordio è la particolarissima presenza della memoria, in questi versi recuperata dall'appena trascorso (e, quindi, fuori dalle malinconie e dai rammarichi esistenziali) e fatta rivivere al presente come realtà sempre e soltanto in fieri, intessuta nelle affascinanti "trecce" della vita.

"08 dicembre 1999 - il quotidiano La Tribuna di Treviso"

“SOTTOVOCE” di Silvia Presazzi (Ediz. Del Leone – Spinea, VE)

Di quest’autrice, già al suo secondo libro, colpisce l’età giovanissima in rapporto all’intensità della sua poesia. Silvia Presazzi privilegia un dettato “orfico” e una scrittura sempre condotta con parola tesa e vigorosa in una dinamica tra sé e il mondo: “…in chiave più drammatica che magica, ripercorre con ansia e forza visionaria il rapporto tra “anima” e mistero della vita… “Si coglie a dire il vero, una venatura di pessimismo ma pur sempre temperata, controllata da un attento fluire del verso”.

Rina Dal Zilio

 

Frammenti/versi di poesie

versi dal libro TRECCE 1999”

Ho reciso l’anima
di un mistico tutto.
Sibilanti stagioni mi oltrepassano.
Giace su me
una saggezza inviolata
e il preavviso
di uno schiaffo autunnale.


Una storia
percorre giardini.
E ogni giorno
al finire della luce
e allo spegnersi delle banalità,
mi rapisce
una ragione più forte
di tutto ciò che qui mi contende.


Rammarico
(…)
…e per un attimo affondo le dita
in quest’anima fradicia
in questo improvviso bisogno
di qualcosa che proprio non posso avere.


(…)
Ritengo
quel tuo ritorno al sigaro
lo scandire il tempo.
Quel tuo accalappiare
eternità di poltrona,
reclama ogni volta
i miei modesti passatempi…


…Sottovoce…
(…)
Senza dirmi quando verrai
Saprò cogliere e aspettare
Nel vento sbiadito di marzo
avvicinati sottovoce
(nel rispetto di ogni quando e dove che oggi vuole tacere)


La poesia che conclude “Trecce”

Suona una mancanza
nella stanza incolore.
Non ho niente,
solo un Chopin nella memoria
mi detta silenzi
sui rami nulli
di una stagione che ti lascia
nuda nell’Infinito.

Frédéric Chopin

Waltz No.10, Op.69 No.2 in B minor (Arthur Rubinstein)
Op 48 No.1, Nocturne in C minor – lento (Maurizio Pollini)
Op.9 No.2, Nocturne in E flat major – andante (Maurizio Pollini)
Op.9 No.1, Nocturne in B flat minor – laghetto (Maurizio Pollini)
Op.62 No.2, Nocturne in E major – lento (Maurizio Pollini)
Op.37 No.1, Nocturne in G minor - andante sostenuto (Maurizio Pollini)
Op. posth.72 No.1, Nocturne No.19 in E minor (Daniel Barenboim)



versi dal libro SOTTOVOCE 2003”

Notte

(…)
Ti darei la voce
per la scia della tua partenza
La mia ferita
per il tuffo
Ti bacerei fino a scordarmi di me
Dal Sentire o dal dolore
ti darei l’arma irriducibile del sangue
Perché il tuo volto, notte,
è implacabilmente azteco.


Oggi mi congedo da qui
Dalle mie estremità
e i loro tremori a misura di metri.
Oggi ho su tutta la pelle la faccia
e le sue speranze.
Il tetto, la carne, già non mi concedono respiri giganteschi.
Corpo, ti incontrerò ancora ovunque
sulle dune del vento,
tramortito dai tuoi stessi colpi
imparati a perdifiato.



(GAMBE)

Quando il cielo gonfia i suoi astri
il respiro dal volto
è silenzio
(…)

Necessità che mi s’è fatta carne
in appena due steli!

Quest’alito che sovrasta…
Il paesaggio e il corpo…
non hanno via d’uscita

Nella notte terrena
mi poggio al suolo
con l’anima di vesti sottili

E non odo sbatter d’ali
a salvarmi.


(…)
E come il vento ogni sera
lo sento scrollarsi di dosso questi portici
Io uscirei a far miei ruderi di silenzio,
una corsa, per sfilare ogni ripensamento
Spoglierei le mie falcate ovunque
Fino alla nuda voce


(…)
Lungo la mia corda ho smarrito il segno del tuo tocco,
ma il mio corpo intero si fa fibra nel vento
fino a schiantarsi al suolo
per una sola mancanza!


Cielo, sempre reclami qualcosa
Dai corpi, da me.
Ma le mie masse purpuree
(così diverse)
concedono solo viaggi subterreni
(…)
Dal fondo delle vene ti ascolto
Dal mio quadro del pensiero
Sempre ti guardo
Fino a spaventarmi


Di sotto, dal petto terso
Libererei stormi interi
Instancabili masse nere
In perenne movimento
Per arraffare ogni altrove

La mia voce in faccia alle tue folate
La voce, è solo per inghiottire altezze impossibili


(…)
Terra
nella tua vischiosità notturna
trovo la mia ansa,
tonda di nostalgia
nell’altezza dell’anima il corpo mi s’è fatto irriducibile
Ogni notte
si libra
col suo tonfo sordo.


A settembre
Il mondo poggia
Con la sua nube d’atomi
Ai miei vetri
Come io, dal ventre ovattato,
poggio l’udito
sul fluire del giorno.


(…)
Il corpo ci ha distribuito i suoi spazi
fra l’immediato e l’indomani



DISEGNO

Dalla mia sponda bassa
Sull’argine
Il tuo sorriso
Mi pulsa
Dentro i polpastrelli
E al toccarti
mi stinge


La strada
Mi lascia del mondo
Il suo pulviscolo grigiastro di presenze
A precedermi, oltre il viso
E il suo disperato protendere

 

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